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NBA - Red Auerbach & Boston Celtics: dinastia da leggenda

di Redazione Pianetabasket.com

(di Francesco Rivano). Anno di grazia 1957 d.c.:  in Italia inizia l'era del fortunatissimo programma televisivo Carosello; in Africa Occidentale viene riconosciuto il primo stato indipendente: il Ghana; In Egitto riapre il Canale di Suez;  a Ginevra viene adottata la convenzione n. 105 sull'abolizione del lavoro forzato; a Liverpool si incontrano per la prima volta John Lennon e Paul McCartney; in Unione Sovietica viene spedita in orbita la cagnetta Laika a bordo dello Sputnik 2 e negli Stati Uniti inizia la più grande e vincente dinastia dello sport professionistico americano. Io non sono neanche ancora nei pensieri dei miei genitori ma voglio fare un passo ulteriore indietro di circa 10 anni. Se oggi possiamo ammirare le gesta di LeBron , Steph, Westbrook e Leonard, se in passato abbiamo potuto venerare MJ e Kobe  e goduto delle sfide tra Bird e Magic e se ancora oggi ricordiamo le gesta di Pistol Pete, Oscar Robertson e Wilt Chamberlain, dobbiamo ringraziare chi, 1946, creò il primo nucleo  di squadre che ha dato i natali alla NBA. Dei fondatori della lega  faceva parte l'allora proprietario del Boston Garden: Walter Brown. La voglia e l'esigenza di creare per la nutritissima fetta di migranti irlandesi residenti a Boston una realtà sportiva nella quale identificarsi e riconoscersi, portò Mr. Brown a dar vita ai Celtics, i quali colori sociali, neanche a farlo apposta erano il bianco e il verde. Ah l’Irlanda, il verde meraviglioso delle sue distese d’erba, le fantastiche scogliere che cadono a strapiombo sul mare, il suo cielo finemente omaggiato dalla Mannoia, gli U2, la testardaggine e l’orgoglio dei suoi figli trapiantati negli States. Nei primi anni di vita i Celtics non erano propriamente una squadra di vertice della nuova lega di basket, anzi, mi sento tranquillamente di affermare che erano una comparsa piuttosto incolore, in grado di portare a casa un numero esiguo di vittorie. L'idea di trasferire la franchigia o addirittura di seppellirla dopo pochi anni di vita fu frequente nella mente di Mr.Brown, alle prese con difficoltà economiche che non permettevano di fare programmi a lunga durata. Ma nel 1950 ci fu la svolta. Mr.Brown, allo strenuo delle forze si gioca l'ultima chance di poter mantenere in vita il sogno di un'intera comunità, per nulla felice di dover rinunciare ad una franchigia rappresentativa delle proprie origini, e la chance si chiama Arnold Jacob Auerbach: il personaggio più vincente della storia della NBA. Figlio di un sovietico ebreo, fuggito dalla Bielorussia per scampare dalle sommosse antisemite della Russia di fine ‘800 e per garantire alla famiglia un futuro lontano da quello che sarà il periodo più buio e truce della storia del vecchio continente, Arnold, detto Red per la capigliatura rosso vivo e per il carattere piuttosto focoso, è un precursore dei tempi, conosce alla perfezione il gioco e legge in anticipo quella che è la strada da percorrere per dominare uno sport di squadra. Vi chiederete quale caspita di sortilegio abbia dovuto studiare, o chissà quale pozione magica abbia fatto bere ai suoi giocatori per arrivare dove è arrivato. Niente di tutto ciò, la ricetta è delle più semplici: spirito di appartenenza al gruppo, pochi concetti precisi e facilmente comprensibili, sapere come comportarsi nelle diverse situazioni di gioco e collaborazione tra i membri della squadra.


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In un ambiente come la NBA dell'epoca, nella quale lo schema di gioco più gettonato era quello di servire il giocatore di riferimento, alla George Mikan, per finalizzare l’azione, lo spirito di squadra dei Celtics targati Auerbach fece la differenza. Nonostante Red potesse contare sul talento impressionante e fuori da quel contesto temporale come quello di Bob Cusy, che più di tutti mi ricorda il Leprechaun (il folleto irlandese che ritroviamo tutt'oggi nel logo dei Celtics), l'arma del successo dei bianco verdi era la suddivisione dei possessi e la partecipazione al gioco di tutti i componenti della squadra. Già durante il primo anno con Red in panchina si verificò un cambio di tendenza che infiammò i tifosi di Boston. Prima stagione vincente e primo approdo ai Playoffs. Red aveva creato un gruppo in grado di poter competere con le squadre più forti, ma in un epoca dove il dominio dell’area e dei tabelloni la faceva da padrona, era consapevole che per poter arrivare fino in fondo servisse un centro di livello. Se non ci fosse l’anagrafe a dimostrare che l’uomo chiave dell’avvento della dinastia Boston sia nato da due genitori come natura comanda, sarei tentato di affermare che Auerbach abbia stipulato un patto con chissà quale demone per far tornare in vita  Michelangelo Buonarotti, commissionando a lui la scultura, rigorosamente in Onice Nero, del giocatore perfetto per permettere ai Celtics di fare il salto definitivo verso la storia del basket. L’atletismo selvaggio, l’intelligenza cestistica e i margini di miglioramento  di un ragazzotto della west coast in grado di dettar legge nella zona di Oakland attirarono l’attenzione di Red e nel 1956 Bill Russell divenne l’arma letale dei Celtics.  Il gioco di Bill era rivoluzionario, la sua difesa e il controllo dei tabelloni innescavano il primo prototipo del contropiede odierno, condotto da Cusy, che con una capacità di gestire la palla ad una velocità impareggiabile per quei tempi, serviva i vari compagni, siano essi del quintetto, siano essi uscenti dalla panchina, per concludere con facili appoggi sotto canestro; il tutto sotto il naso di avversari che sembravano investiti da un tornado senza avere via di scampo; il tutto dietro lo sguardo attento e compiaciuto di Red. Ho citato lo spirito di appartenenza come punto cruciale del successo dei Celtics. Eh si, perché Red riuscì a creare un gruppo nel quale non contava il colore della pelle, nel quale non contava la dose di talento, non contavano né la religione né la provenienza sociale o le ideologie politiche; contava solo indossare la casacca bianco verde. E poco importava al coach se in campo andasse  un quintetto di soli colored o se la prima scelta al draft dovesse essere un ragazzo afroamericano in un periodo nel quale il razzismo impazzava.


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“The Boston Celtics are not a Basketball team, they are a way of life”. La forza del gruppo e l'estraniarsi dagli stereotipi sociali del periodo furono il vero capolavoro di Red che instaurò un rapporto di sincero legame a livello personale con ogni singolo membro di quel gruppo, per instillare quello stile di vita “Celtics” che portasse ogni membro a seguirlo anche tra le fiamme dell’inferno. Quell’inferno che Red portò a visitare a Bill Russell. Stanco del trattamento riservato al suo giocatore di riferimento, continuamente offeso dai comportamenti di avversari e giornalisti sempre pronti a ricordagli il suo stato di essere inferiore solo per il colore della sua pelle, e volenteroso di fargli sentire la propria vicinanza e il proprio sostegno, Red invitò Bill ad accompagnarlo in quel macabro teatro simbolo della persecuzione nazista nei confronti dei suoi fratelli ebrei: Auschwitz. Una visita, che seppur compiuta in religioso silenzio, permise a Red di dimostrare quanto lui e Bill fossero simili nonostante il colore della pelle fosse opposto,appartenendo entrambi ad una condizione sociale perseguitata e violentata dalla follia della mente umana.  Quel viaggio dimostrò una volta di più la capacità di Aurbach di tenere principalmente ai rapporti umani, dai quali poteva poi far scaturire la prestazione atletica. Il primo successo arrivò nel 1957 e l’anno successivo non venne bissato solo a causa di un infortunio che bloccò il numero 6 in bianco verde, permettendo ai St. Luis Hawks di vendicare la sconfitta subita la stagione precedente. Dal 1959 al 1966 arrivarono le epiche battaglie contro gli acerrimi rivali dei Lakers, prima in versione Minneapolis e poi in versione Città degli Angeli, contro i quali i Celtics disputarono ben 5 delle 8 finali. Nonostante due fenomeni assoluti come Jerry West e Elgin Baylor, il massimo che raggiunsero i giallo viola fu quello di vedere il personaggio che identifica ancora oggi il logo della NBA alzare il titolo di MVP nonostante la sconfitta nelle Finals (unico caso in tutta la storia della lega). Nove titoli in dieci anni, di cui otto consecutivi che rappresentano tutt'oggi un record. Nel 1966 Red decise di lasciare il pino per andare dietro la scrivania, aprendo le porte al primo e unico tentativo vincente di allenatore giocatore, Bill Russel ovviamente, arrivando ancora una volta al titolo nel 1968 e nel 1969 sempre a spese dei Lakers. Da General Manager Red vinse complessivamente sette titoli arrivando così a 16 anelli totali tra carriera da allenatore e quella da dirigente.


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Come lui nessuno mai; anche se Phil Jackson lo supererà come numero di titoli vinti in qualità di capo allenatore, Red rimane l'uomo più vincente della storia della lega. Un carattere burbero dietro quegli sbuffi di fumo provenienti dal fedele amico sigaro assaporato con gusto, un controllo morale e psichico su avversari, arbitri e sottoposti in grado di far pendere l’ago della bilancia sempre a suo vantaggio, Red ha lasciato orfano il Boston Garden orami da dieci anni, nell’ottobre del  2006, ma il suo spirito, il suo profilo “hitchcockiano”, la sua aurea, intimidano ancora gli avversari che si presentano sul parquet incrociato,  marchiato indelebilmente con la griffe del Celtic per eccellenza, evocando quel rispetto dovuto a chi, nella storia di questo gioco, sarà ricordato per sempre come uno dei più grandi….anzi, come il più grande.

Francesco Rivano nasce nel 1980 nel profondo Sud Sardegna e cresce a Carloforte, unico centro abitato dell'Isola di San Pietro. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Cagliari, fa ritorno nell'amata isola dove vive, lavora e coltiva la grande passione per la scrittura. Circondato dal mare e affascinato dallo sport è stato travolto improvvisamente dall'amore per il basket. Ha collaborato come redattore con alcune riviste on line che si occupano principalmente di basket NBA, esperienza che lo ha portato a maturare le competenze per redigere e pubblicare la sua prima opera: "Ricordi al canestro" legato alla storia del Basket. E da pochi giorni ha pubblicato la sua seconda, dal titolo "La via di fugaLink per l'acquisto del libro.


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