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Quattro anni dopo, perché stiamo ancora a ricordare di Kobe Bryant

di Umberto De Santis

Lunedì scorso, 22 gennaio 2024, Joel Embiid si è regalato il record personale di punti segnati in una partita NBA mettendone 70 nel canestro degli Spurs a Philadelphia. Involontariamente, è successo nello stesso giorno in cui Kobe Bryant nel 2006 realizzò lo stesso record personale mettendone 81 nella retina dei Raptors. E poi, in conferenza stampa, ha citato un suo ricordo nella memoria del suo ispiratore: "Anche se ho iniziato a giocare tardi, dal momento in cui ho iniziato a giocare, Kobe era il mio idolo. È il motivo per cui ho iniziato a giocare a basket. È divertente perché quella stessa notte ne aveva 81… era il mio giocatore preferito quando ho iniziato, e uno dei ragazzi che ammiravo.”

Come solo Jordan prima di lui e LeBron dopo, Kobe Bryant è stato la fonte di ispirazione di intere generazioni di giocatori di pallacanestro, ma anche di più. La "Mamba mentality" è un concetto che si può applicare al lavoro come alla vita. E' questo, forse, il motivo principale per cui nella testa di molti di noi, alle 20:30 italiane di questa sera del 26 gennaio 2024, scatterà un commosso minuto di silenzio. E il motivo, che ve lo sto a dire? tanto lo sapete...

Non so se questa sera, mattina negli USA occidentali, qualcuno scalerà la collina di Calabasas per portare dei fiori sul luogo del maledetto incidente di elicottero che nel 2020 portò via Kobe, la figlia Gianna e gli altri passeggeri. So che sono passati quattro anni da allora, e quel tragico avvenimento continua a commuoverci, quasi fosse quello di un parente stretto, e non "soltanto" di quel feroce e determinato combattente che aveva vinto cinque anelli NBA e due ori olimpici. 

Quel 26 gennaio 2020 la leggendaria carriera di Kobe Bryant nei Lakers era alle spalle, le statistiche erano al sicuro per la sua eventuale inclusione nella NBA Hall of Fame, i trofei vinti sotto chiave. Stava lavorando sodo per diventare un imprenditore di successo e un buon padre di famiglia. Soprattutto di qeust'ultimo aspetto: quello di cui più si vantava era il suo lato più tenero di orgoglioso #GirlDad. Quel giorno non voleva perdere tempo prezioso bloccato nel traffico di Los Angeles: Gianna e Kobe erano diretti a un torneo alla Mamba Sports Academy di Thousand Oaks, a circa 82 miglia di distanza dalla casa dei Bryant a Newport Beach. L'amore di Gigi per il gioco e il talento promettente erano serviti da ponte per tornare al basket per Kobe, che si era ritirato nel 2016.

E la sua particolare umanità si rileva dai racconti delle sue ultime cose fatte. È stato rivelato che alcuni degli ultimi messaggi di testo di Bryant includevano uno a Shareef O'Neal, il figlio del suo ex compagno di squadra, Shaquille, e uno al suo caro amico Rob Pelinka. Shareef ha dovuto affrontare un periodo di incertezza prima di trasferirsi alla LSU dall'UCLA e Bryant ha voluto controllarlo con le parole "stai bene?" e pianificato di dare seguito. Il suo messaggio a Pelinka riguardava l'aiuto alla figlia maggiore Alexis di Giovanni Altobelli, anche lui vittima dell'incidente di elicottero, per ottenere uno stage presso un'agenzia sportiva. Quasi tutte le persone che lo hanno incontrato hanno sentito il bisogno di condividere sui social quel momento speciale. Ed è un patchwork di emozione che lo descrivono meglio di tanti discorsi. Ciao, Kobe, in qualche modo non sei mai andato via.


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